Cinema : Vizio di Forma (Recensione)

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Il nuovo film di Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il petroliere, Boogie Nights, The master) è un adattamento del romanzo “Inherent vice” – letteralmente “vizio intrinseco” – di Thomas Pynchon, uno dei massimi esponenti della letteratura postmoderna americana.

Quasi del tutto snobbato dalla Hollywood degli Oscar ruffiani del 2015 (solo una nomination per la sceneggiatura e una per i costumi), quest’ ultimo lavoro di Anderson si inserisce coerentemente nella linea artistica del regista californiano.

In due ore e mezza viene adattato per lo schermo un romanzo difficile e multistrato, in cui la trama si dipana su vari fronti, per poi convogliare – almeno in parte – dopo una serie di eventi all’apparenza scollegati tra loro. E’ un film impossibile da raccontare nel dettaglio, troppi sono i personaggi e troppe le sotto-trame e le vicende con rovesciamenti continui che lo compongono.

Siamo nel 1970, in California: un investigatore privato hippy e tossicodipendente riceve la visita di una sua ex che gli chiede di indagare sul suo nuovo ricco amante, a suo giudizio vittima di un tentativo di rapimento da parte della moglie e del fidanzato di lei. L’incarico sembra semplice ma è solo l’inizio di un viaggio psichedelico senza ritorno, tra morti, accuse di omicidio, rapimenti e intrighi.

Anderson affronta un genere di per sé classico nel cinema – il noir – ma lo stravolge completamente nel significato. Il punto di partenza è il noir di Chandler, con protagonista l’investigatore Marlow (più che “Il grande sonno” di Hawkes, qua è presente “Il lungo addio” di Altman): proprio da Altman (da sempre uno dei più importanti riferimenti cinematografici di Anderson) il regista acquisisce l’abilità di muoversi con disinvoltura in una storia corale costellata di ottimi attori (Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Benicio del Toro su tutti) senza rinunciare ai tempi dilatati, ai dialoghi precisi intervallati anche da lunghi silenzi, con una regia vellutata di carrelli e campi lunghi.

Il noir chandleriano andava avanti per accumulazione, passando dall‘ indeterminatezza iniziale di più storie parallele alla determinatezza e precisione del finale che si impegnava a sciogliere tutti i nodi in qualche modo appartenenti di solito alla stessa matassa.

In questo caso, invece, passiamo dalla indeterminatezza iniziale al caos puro, che porta alla totale dissoluzione della trama poliziesca: l’accumulazione sfocia in un continuo stato lisergico, fino alla paranoia e all’isteria. Siamo più dalle parti della commedia nonsense del “Grande Lebowski“, e il protagonista “Doc” Sportello (un magnifico Joaquin Phoenix, inspiegabilmente non candidato all’Oscar) ricorda per certi versi il “Drugo” del film dei Coen.

Per Anderson questo finto noir è soprattutto un pretesto per un’indagine approfondita di uno specifico periodo storico americano: il 1970 (che è anche l’anno di nascita del regista) rappresenta lo spartiacque tra i sogni ribelli infranti degli anni ’60 e la realtà dura e violenta dell’America di Nixon e – successivamente – di Reagan, della guerra in Vietnam e delle contestazioni dei neri per i loro diritti. Uno sguardo indietro alla storia recente per vedere che poco è cambiato, molti conflitti sono rimasti inalterati, e il Paradiso Americano, il Paese delle Opportunità, è definitivamente caduto.

Rispetto al romanzo, Anderson cambia solo il finale e introduce una voce off femminile, la suadente narratrice (anche protagonista) che prova a mettere ordine nella testa del confuso spettatore, in questo magma stratificato di situazioni complesse e bizzarre.

La fotografia “pastellosa” e soffusa di Robert Elswit (premio Oscar per Il Petroliere e in nomination per Good night and good luck di Clooney) è perfetta nel rendere al meglio i toni onirici surreali di questa commedia nera disincantata.

Come in tutti i film di Anderson anche la musica gioca un ruolo fondamentale, in quanto diventa fedele testimone storica di un epoca (come dimenticare le splendide musiche anni ’80 di Boogienights?). Qui la colonna sonora è affidata al chitarrista dei Radiohead, Jonny Greenwood, e a numerosi brani di fine anni ’60, dal surf rock dei The Marketts ad una ballata folk di Neil Young.

Il vero punto di forza del film rimane – come Daniel Day Lewis ne “Il Petroliere – il protagonista, mattatore assoluto, Joaquin Phoenix, qui alla sua seconda esperienza con Anderson, dopo l’ottimo The master. Il suo Doc Sportello è un cavaliere errante consapevole che tutto il suo mondo sta per crollare, ma ancora non si è arreso del tutto: il fumo di cannabis, i capelli arruffati, i basettoni lunghi e le infradito sono barriere da innalzare per difendersi da una realtà cinica e complicata. Il bizzarro, lo stravagante, lo psichedelico non sono clichè di un comportamento hippy fine a se stesso, ma diventano le uniche armi dell’investigatore per muoversi in un mondo ostile che non sarà mai più lo stesso; il grottesco finale (e in Anderson c’è sempre una matrice grottesca) è solo il sintomo di una società assurda. I valori antichi che Sportello conosce – l’amore, l’amicizia, la lealtà – da una parte sembrano aver perso del tutto un significato, ma fortunatamente risultano anche essere ancora l’unica via percorribile per la salvezza.

Fabio Rossi

 

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