L'Italia al festival di Yerevan con una formazione acustica fra jazz e musiche da film

yerevan_cascade#Yerevan  #festival

di Stefano Bernuzzi

Fuori dalle rotte del turismo di massa e lontano dai circuiti dei grandi teatri mondiali, abbiamo scoperto una terra ai più ignota ma capace di una vita culturale davvero sorprendente: l’Armenia. A cavallo tra Medio Oriente e Occidente, tra un passato a dir poco complicato – dalla fondazione della prima chiesa cristiana all’URSS passando per un Genocidio che esattamente un secolo fa ha decimato la popolazione – e un futuro che guarda decisamente a Ovest, ma condizionato dalle tante vestigia culturali e materiali rimaste negli ultimi decenni.

In un quadro generale ricco di contraddizioni e in perenne bilico, si inserisce come chiavistello per stimolare nuove riflessioni sulla storia e sulle prospettive dell’Armenia attraverso la ricerca artistica, l’High Fest – International Performing Arts Festival giunto ad ottobre alla sua 13a edizione. In una settimana la capitale Yerevan si è animata ulteriormente grazie a oltre 50 spettacoli presentati da compagnie di teatro, danza, musica, arti performative, provenienti da 25 nazioni di tutto il Mondo, in cui anche l’Italia si è ritagliata una sua significativa presenza, tenute in una dozzina di teatri, spazi espositivi e luoghi pubblici. Andando al di là dei tradizionali format da teatro accademico per costruire una piattaforma operativa, non solo per i gruppi teatrali locali, ma anche per quelle compagnie che esplorano le potenzialità espressive di tutte le branchie dell’arte performativa. Una nuova generazione di idee e visioni del teatro, dal dramma alle marionette dal teatro fisico alla danza inclusiva, originali, immaginative, vivaci.

Togliamo subito ogni dubbio. Il festival rispecchia le contraddizioni, i limiti e le qualità di questa nazione. Le migliorie che si possono apportare sono molte, e le potenzialità inespresse da High Fest lo rendono sulla carta molto più di quello che la Ministra della Cultura Hasmik Poghosyan ha definito “il principale festival della ex Unione Sovietica”.

Un problema su tutti: la comunicazione palco-platea. La maggior parte dei lavori “parlati” era in armeno o arabo, con un ampio focus sul teatro iraniano, o russo, o lituano e così via. La mancanza di sottotitoli ha permesso di cogliere solo una parte dei messaggi, e oltre all’apprezzamento per le performance degli attori, purtroppo, non si è riusciti ad andare, lasciando in sospeso il giudizio su molte pièce. Per compensare siamo andati alla ricerca di spettacoli che non fanno della parola uno dei mezzi espressivi principali.

A partire dalla performance-mostra che ha aperto il festival, e replicata ogni giorno negli spazi del NPAK – Centro armeno per l’arte sperimentale contemporanea, “Gallery of Emotions”. Un viaggio in tre quadri che trascina emotivamente il pubblico nei drammatici eventi del Genocidio del 1915 attraverso una serie di installazioni artistiche e performance, in cui lo spettatore è allo stesso tempo osservatore passivo e partecipante attivo all’azione. Immagini suggestive che si chiudono nell’ultima sala con un circo felliniano-lynciano animato da bambini e adolescenti e da una forte musica ipnotica. Un momento catartico, di liberazione dopo gli orrori dei quadri precedenti, ma che mantiene sottotraccia sempre un non-so-che di inquietante che fa compagnia allo spettatore una volta uscito.

E del resto questo è inevitabile. Ovunque in città o in campagna il ricordo del Genocidio viene perpetrato costantemente. La città è tappezzata di manifesti, negozi e auto ripropongono sempre il simbolo del massacro, un non-ti-scordar-di-me violetto.

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E il festival fa la sua parte con una programmazione ad hoc. Tra i lavori più riusciti in questo ambito “Lavash”, spettacolo di danza realizzato dal gruppo armeno MIHR Theatre in collaborazione con la svizzero/israeliana Gabrielle Neuhaus, in cui il pane locale – il lavash appunto – diventa simbolo delle tradizioni di un popolo e la sua preparazione garantisce giorno dopo giorno il perpetuarsi in vita degli armeni anche dopo la tragedia; e ancora il progetto di danza inclusiva “Hiraeth” prodotto da NCA. Small Theatre che esplora il destino identitario dei sopravvissuti, la loro difficoltà nel tornare in una terra ormai irrimediabilmente violata per sempre, rese con rara intensità dai disabili protagonisti in scena. Nota di merito anche a “Flight to Arras” portato sul palco da Simon Piaseck, un adattamento di “Pilote de guerre” di Saint-Exupéry, in cui i voli sul fronte di Arras nella II Guerra Mondiale si sovrappongono a quelli sul deserto di Derzor dove il popolo armeno venne condotto a morire, un racconto a più voci animato dal solo protagonista con una notevole prova d’attore che non lascia un minuto di respiro allo spettatore.

Nel continuare la nostra ricerca di espressività artistica non-verbale abbiamo trovato sponda immediata nella danza contemporanea e nel teatro fisico, generi che hanno dominato il programma della rassegna con performance di grande impatto emotivo, forza espressiva e fisicità delle prove in cui erano impegnati gli artisti. Tra questi “The Woman Who Dindn’t Want to Come Down to Earth” sempre di Gabrielle Neuhaus, divertente e surreale storia di donna che rifiuta di toccare terra, rinnegando la forza di gravità al pari delle altre leggi fisiche e morali; o “SYNovial” del duo ceco Marek Zelinka & Martin Talaga, viaggio alla scoperta del sé fisico, di come l’uomo percepisca il proprio corpo nella società contemporanea e di come fare affidamento ad esso per determinare la propria identità. E infine “Klapp” del Tallinn Dance Theatre, il racconto di un triangolo sentimentale fra ballerini nel corso delle prove di una messa in scena di un balletto, reso con una notevole performance atletica, teatro nel teatro, meta-danza che diventa il mezzo espressivo per superare barriere spirituali ed emozionali.

La serata di chiusura vede protagonista un ensemble italiano, Ararat Ensemble Orchestra e l’Amleto della compagnia dello Shakespeare’s Globe, per il progetto “Globe to Globe Hamlet” che sta portando lo spettacolo in tutti i paesi del mondo. Abbiamo optato, dato che gli spettacoli erano in contemporanea, per il concerto dell’Ararat Ensemble che tanta curiosità e applausi ha suscitato nel pubblico locale.

Il cuore centrale del concerto, infatti, prende il nome di “Yerevan Suite” in quattro movimenti i cui titoli – Garni, Khor Virap, Aragats, Zvartnots – richiamano luoghi di grande importanza per la cultura e la storia armena. L’originale progetto “Ararat” live se da un lato fa il punto sulle precedenti esperienze di questa ensemble con base a Pavia – colonne sonore, musiche per il teatro – dall’altro rielabora stilemi della musica tradizionale armena o interpreta in chiave musicale motivi stilistici e architettonici dell’arte locale. Così la disparità di tempo in “Zvartnots” richiama la disparità degli ordini dell’omonima Cattedrale di cui oggi rimangono poche, affascinanti, rovine perse nella campagna a pochi chilometri da Yerevan; mentre la solidità e il rigore di “Garni” porta la memoria all’immagine dell’ordinato tempietto ellenistico sito nelle valli montuose a est della capitale. E infine “Khor Virap” è una dedica al Monastero, uno dei dei luoghi di pellegrinaggio più venerati, posto ai piedi del Monte Ararat a poche centinaia di metri dal blindatissimo confine turco.

Con ancora negli occhi le immagini impresse di questi luoghi affascinanti, accompagnati dalle note dell’Ararat Ensemble che gioca con la tradizione musicale locale fondendola con la nostra, sulla strada dissestata e trafficata verso l’aeroporto ripercorriamo con i ricordi questa settimana e lasciamo Yerevan con l’augurio e la speranza di tornare l’anno prossimo e trovare una città e un festival che sappiano regalare nuove e più intense emozioni.

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