L’Europa piange le vittime dell’ISIS ma si mostra fragile

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Europa divisa ed incapace nel prevenire e difendersi dal terrorismo.
GLI ERRORI DELL’EUROPA NELLA LOTTA AL TERRORISMO JIHADISTA.

Se è vero che “il sonno della ragione genera mostri”, è altrettanto chiaro che senza memoria ragionare diventa un’impresa ardua se non addirittura impossibile. Allora bisogna attivare il backstage degli eventi accaduti sullo scacchiere geopolitico negli ultimi anni, per risalire all’inizio di questa tragica escalation del terrorismo islamico che tanto sangue continua a  mietere in Africa, in Asia, in Medio Oriente, e ormai con sciagurata frequenza anche in Europa. Ieri a Parigi, oggi a Bruxelles, domani chissà dove. Lo sciame di attentati terroristici a Bruxelles segna il fallimento della politica e delle intelligence europee; dobbiamo con realismo e grande disappunto registrare che dopo tanti vertici, convocati per organizzare un minimo di concreta cooperazione a livello continentale, l’Europa si è mostrata esitante, priva di una suo progetto politico ma cosa ancora più grave priva di una sua strategia a difesa dei cittadini e dei numerosi obiettivi sensibili presenti in tutte le grandi Nazioni Europee. Un dato per tutti può considerarsi esaustivo: non si è riusciti ad oggi a creare un Servizio investigativo unico a livello europeo con la conseguenza che gli organi di polizia, prevenzione, controllo e repressione non sono in grado di scambiarsi informazioni di primissima importanza per la sicurezza degli europei; ma non è la sola disfunzione, se ne potrebbero sciorinare a iosa come il fatto che negli aeroporti può entrare chiunque; non ci sono controlli di sorta, questi vengono effettuati solo all’imbarco.

Nei numerosi incontri tra i partner europei, che si sono conclusi quasi sempre con un nulla di fatto, è prevalsa a lettere cubitali la sfiducia e la concorrenza tra i diversi Paesi dell’Unione a tutto vantaggio dei terroristi, i quali, invece, hanno potuto e possono avvalersi di una capillare rete di protezioni e connivenze sul territorio. Da questa tragedia, che ci lascia inorriditi e senza parole, emerge l’incapacità dell’Europa di fare squadra, di individuare strategie e percorsi comuni nell’accogliere i flussi  degli immigrati, tra barricate, muri metallici, respingimenti, hotspot mai realizzati, falle enormi nei controlli, terroristi che salgono e scendono dagli aerei a proprio piacimento, il fallimento del progetto Frontex; l’incapacità di dialogare e trovare soluzioni diplomatiche concordate, ha fatto si che ogni Nazione Europea in questa tragicommedia che è ormai diventata il fenomeno dell’immigrazione se ne andasse per proprio conto. L’Europa non può dirsi colta di sorpresa da questa tragedia che ha colpito questa volta Bruxelles; esattamente un anno fa con attentati diversificati l’ISIS aveva terrorizzato Parigi colpendo la sala concerto del Bataclan e numerosi altri siti sensibili, provocando ben 132 vittime tra cui la morte di Valeria Solesin, una giovane ragazza italiana che studiava alla Sorbona, oltre a diverse centinaia di feriti. 

Quello che sconcerta in questa tragedia è il fatto che nel corso delle ricerche la polizia francese aveva individuato le generalità di un giovane terrorista belga, ritenuto tra i più pericolosi; i media ne riportavano così la notizia: “L’uomo si chiama Abdeslam Salah, ha 26 anni ed è nato a Bruxelles, in Belgio. E’ alto un metro e 75 e ha gli occhi marroni. Era stato fermato ieri mattina, quando non era ancora stata rinvenuta l’auto una Seat Leon, che riconduce a lui. Adesso è caccia all’uomo in tutta l’Europa. Ad oggi è l’ottavo terrorista del commando identificato”. Salah è stato arrestato, un anno dopo, nel corso di un blitz a Bruxelles in una eccellente operazione di Polizia; ma sconcerta, però, il fatto che Salah ed altri due terroristi erano rimasti lì a Bruxelles dopo gli attentati di Parigi; da Bruxelles non si erano mai allontanati, nessuno aveva notato o segnalato la loro presenza o la presenza di soggetti quanto meno sospetti, il che la dice lunga sul fatto che i terroristi hanno usufruito di una rete capillare di protezioni che fa leva su vere e proprie roccaforti jihadiste sorte negli anni nel cuore d’Europa. Il paradigma di tutto questo è proprio Moleenbek, il quartiere di Bruxelles nel quale è cresciuto ed ha potuto riparare per quattro mesi Salah Abdeslam, il ricercato numero uno di tutte Polizie europee.

Esattamente tre giorni dopo giorni l’arresto di Salah, l’ISIS ha attaccato con inaudita ferocia ancora l’Europa, questa volta nel mirino è finita  Bruxelles dove con simultaneità (strategia cara al terrorismo che colpendo nello stesso momento più obiettivi crea panico e confusione) sono state fatte scoppiare delle bombe che hanno messo la polizia nelle condizioni di doversi dividere sul territorio per assicurare assistenza ai feriti. Prima due esplosioni allo scalo dell’aeroporto di Zaventem, un’ora dopo un’altra bomba è stata fatta esplodere nel cuore di Bruxelles alla fermata della metro Maelbeek, vicino alle istituzioni europee; la presenza di altre bombe veniva contemporaneamente segnalata presso il Palazzo Reale, l’Ospedale di Saint Pierre ed in altre zone della città. Il bilancio provvisorio è di 32 morti e di oltre 300 feriti, tra i quali 60 in gravissime condizioni. Riaffiorano, così, con impressionante evidenza gli errori delle intelligence non disgiunti, però, da quelli della politica. Pensando alle sofisticatissime attrezzature per la difesa e l’attacco di cui dispongono tutte le polizie europee, gli investimenti rilevanti per l’aggiornamento delle tecniche e dei sistemi di difesa oggi possiamo affermare che non esistono roccaforti impenetrabili, piuttosto ci sono enclave che si è lasciato che nascessero e si consolidassero ai margini del tessuto urbano e sociale delle nostre capitali; un problema ben noto, vecchio di decenni che andava, però, messo sotto controllo e monitorato per tempo.

Se il terrorismo colpisce anche in Europa, infatti, è perché si è guardato troppo al fronte esterno, trascurando così quanto accadeva nel complesso tessuto sociale delle periferie di casa nostra. Questi tragici eventi dovrebbero insegnarci che costruire ghetti non solo non contribuisce ad integrare gli immigrati, ma rischia di consegnare gran parte di loro alla criminalità e al terrorismo internazionale. È dunque necessario attuare una politica di “incontro di civiltà”; qui non servono atteggiamenti demagogici o del tipo  “noi siamo i primi della classe” né ha senso  annullare le differenze esistenti e di cui responsabilmente occorre prendere atto a beneficio di un anonimo melting pot. Piuttosto, l’Europa ha bisogno di riscoprire sé stessa, smettendo di rifugiarsi in quel relativismo culturale che divide, non aiuta a creare ponti e ad avviare un dialogo/confronto permanente tra pari; vi sono grandi patrimoni culturali comuni che vanno difesi e tutelati. La storia recente, peraltro, ci offre l’occasione per una riflessione seria e profonda per comprendere e capire il livello di complicità internazionale che ruota intorno al terrorismo e che se metabolizzato potrebbe aiutare le comunità internazionali a non ripetere errori che si sono rivelati fatali. Dopo l’attacco del 2001 e la distruzione delle Torri gemelle con migliaia di morti gli Stati Uniti, che hanno mostrato in quella circostanza (nonostante fosse la prima ed incontrastata potenza mondiale) tutta la fragilità dei loro sistemi difensivi (i terroristi avevano come obiettivi anche il Pentagono e la Casa Bianca), hanno approvato la linea dura dichiarando guerra totale al terrorismo internazionale che, ad essere sinceri, non solo non ha reso il mondo più sicuro, ma ha portato la violenza dei terroristi nelle case degli europei.

Nel parlare di complicità internazionale mi viene in mente un dato sconvolgente e cioè che gli autori degli attentati dell’11 settembre – Osama Bin Laden e i talebani – erano, guarda caso, alleati degli americani negli anni ’80 quando c’era da combattere l’Armata Rossa in Afghanistan; poi con la guerra all’Iraq del 2003 la mappa del terrorismo si è ulteriormente modificata e complicata, il temuto gruppo terroristico di Al Qaeda, da cui è poi nato l’Isis, si è spostato dall’Afghanistan in Mesopotamia e i gruppi jihadisti si sono potuti moltiplicare indisturbati e a dismisura. Sono informazioni che non abbiamo rubati ai Servizi segreti, sono informazioni che hanno fatto il giro del mondo, su questi dati sono stati scritti memoriali, opere enciclopediche dedicate a come sradicare il terrorismo, sono state mobilitati fior fiore di strateghi ed esperti in strategie antiterroristiche e da ultimo anti jihadiste, ma i risultati di oggi ci dicono che gli obiettivi non sono stati raggiunti, D’altra parete lo ammette lo stesse Barack Obama quando afferma che “L’America  è in condizioni di combattere e di distruggere l’ISIS”.

Una buona notizia, solo che qui una domanda sorge spontanea: perché l’America non si è mossa per tempo in questa direzione? Perché ha lasciato l’Europa da sola pur rivendicando amicizia e solidarietà storiche con molte delle Nazioni Europee. Giova all’America un’Europa debole e indifesa abbisognevole di aiuti e protezioni o torna più utile poter contare su un’Europa forte, senza paura e determinata nel combattere il terrorismo? Altro tema che non può lasciarci indifferenti è quello dell’incredibile flusso di finanziamenti di cui dispone il terrorismo islamico, e che gli consente il reclutamento di migliaia e migliaia di  foreign fighters, di acquistare le armi più sofisticare, di gestire le basi logistiche, di potersi spostare da una nazione all’altra con ingenti mezzi organizzativi. Anche in questo caso i malpensanti sostengono che i finanziamenti arrivano anche dall’occidente e citano una notizia che a suo tempo aveva scatenato una autentica bagarre diplomatica: “Gli Stati Uniti e la Francia nel 2013 progettavano di bombardare il regime di Bashar al-Assad in Siria, approvando di fatto che la Turchia aprisse un‘autostrada della jihad’ dalla quale sono passati migliaia di terroristi. Forse l’Isis oggi si sta vendicando delle promesse mancate dell’Occidente, cioè sperava che arrivasse un aiuto per far fuori il regime di Damasco”. Le notizie sugli attentati si susseguono ora dopo ora, si apprende con non poca apprensione che uno degli obiettivi dei jihadisti era quello di fare saltare la centrale atomica di Anversa. E’ questa una occasione unica, forse irripetibile per l’Europa, saper mettere da parte gli egoismi ed in nazionalismi la voglia di primeggiare a tutti i costi per creare le condizioni per lavorare insieme per il bene degli europei e dell’umanità. “Errare humanum est perseverare autem diabolicum et terzia non datur”.

Giacomo Marcario – Comitato di Redazione de “Il Corriere Nazionale”.

redazione@corrierepl.it
www.corrierepl.it

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